Dialogo con Filip Balunović “Confronto con il passato” (trascrizione)

Filip Balunović, politologo→ etno-politica→ politica identitaria

Rispetto alla cultura della memoria, ovvero il negazionismo e la relativizzazione.

Rispetto ad aver fatto chiarezza (o meno) tra chi è la vittima e chi l’aggressore.

Identità nazionale serba→ dal “kosovski mit”, il mito di Kosovo Polje, fino ai miti nazionali attuali: la Serbia ha avuto un ruolo chiave nelle tre guerre con la Croazia, con la Bosnia-Erzegovina, con il Kosovo. Srebrenica, per esempio, è stata a lungo completamente negata e poi, quando non è più stato possibile negarla è iniziata la battaglia sulle definizioni (genocidio, crimine, massacro). L’identità nazionale serba ha non solo una “macchia”, ma un buco enorme in questo senso.

Per giustificare (i crimini di guerra), i portatori di questa identità nazionale, li mettono in relazione con la seconda guerra mondiale (Jasenovac come simbolo della politica genocidiaria croata contro i serbi). Chi tace su Srebrenica non ha il diritto di parlare di Jasenovac (cit. Adorno: “Chi non parla di anti-capitalismo non ha il diritto di parlare di anti-fascismo”).

I politici attuali sono il risultato di 30 anni di “zlostavljenja” poltica (abusata).

La carta (politica) della paura. La piattaforma culturale-sociale e politica mobilitata dalle leadership etno-politiche, è invariata da 30 anni. Loro producono la paura (degli “altri”) che ha segnato l’avvio delle violenze di massa negli anni Novanta e che segna la società bosniaco-erzegovese attuale. La piattaforma (socio-antropologica) ha iniziato ad essere permeata, contaminata totalmente dai discorsi e dal lessico dei leader politici etno-nazionali. É 30 anni che i leader etno-nazionali cavalcano queste onde. Questo vale in tutta la regione: anche in Croazia non si può mettere in discussione la narrativa della HDZ sugli avvenimenti degli anni Novanta e questa diventa piattaforma socio-politica che diventa, non solo piattaforma per la costruzione di consenso politico-elettorale, ma piattaforma di costruzione delle identità nazionali, che però sono sporche di sangue e piene di crimini contro l’umanità. C’è in atto, dalla fine della guerra – da parte dei conglomerati politici etno-nazionali – una lotta per il controllo del significato delle narrative.

La Serbia è uno dei soggetti con più influenza nella regione ex-jugoslava ed è quella che determina la narrativa dei propri “satelliti” (Republika Srpska in primis). La narrativa dominante è quella del silenzio su certi temi, che vengono completamente obliati dalla narrativa identitaria etno-politica, a livello sistemico. Non solo su Srebrenica, anche su altri temi delicati degli anni Novanta.Eppure il termine genocidio non è un termine politico, ma giudiziario. Una crimine viene definito genocidio perché ha determinate caratteristiche stabilite da una dichiarazione ONU e dimostrate dalla giustizia internazionale. Però quise ne discute con polarizzazione politica.

Trascrizione di: Andrea Rizza Goldstein

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